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Il citofono

il citofono

di Rita Dietrich

Il cielo era ancora plumbeo, le strade semi allagate, e si era alzato un vento gelido, ma almeno era finito di piovere.  Un signore di mezza età chiuso nel suo cappotto grigio di lana fece capolino dal portone. Dette un veloce sguardo in ambedue le direzioni della strada come per rassicurarsi che il temporale fosse scemato, ed uscì. Dietro di lui apparve un cagnolino di mezza taglia, tutto zampettante ed entusiasta di poter finalmente fare la sua passeggiatina pomeridiana, e con impeto si gettò verso l’albero più vicino. L’uomo però, recuperando il guinzaglio, lo strattonò, imponendosi contro quello slancio di libertà non autorizzato e costrinse il cane ad un passo lento e cadenzato.

-Quando cambieranno i citofoni in questo palazzo sarà sempre tardi- pensò l’uomo con il cane, mentre rincollava accanto al pulsante dell’interno 10 un piccolo adesivo con su scritto Alfredo Rossi.

 

 I due poi si diressero verso i giardinetti, tra la folla che intanto stava rioccupando i marciapiedi dopo quelle lunghe ore di pioggia costante e fitta. Ad ogni pesante falcata, la loro immagine scivolava via lungo le vetrine dei negozi, scomposta in tanti riflessi sovrapposti dalle gocce sui vetri.  

Buon pomeriggio signor Rossi- gli rivolse l’ortolano, mentre ricomponeva la sua merce nel bancone esterno al negozio.

Anche a lei- rispose seccamente il signore con il cane, senza nemmeno accennare un minimo rallentamento del suo passo.

Poco dopo raggiunsero il semaforo, eternamente rosso, all’angolo della strada, e da un piccolo bar uscì una donna con il grembiule.

-Buon pomeriggio- gli gridò la donna cercando di attirare la sua attenzione- oggi non si ferma a prendere il suo solito caffè?

-No, grazie- le rispose l’uomo con il cane accelerando il passo.

Poi  si approssimarono al gabbiotto dell’edicola da dove emerse il giornalaio.

-Salve sing. Rossi, ho messo da parte le sue riviste, le vuole?

-no.. no grazie. Forse dopo- lo congedò seccamente l’uomo con il cane,  quasi  infastidito da quelle continue interruzioni.

Oggi non posso proprio fermarmi- pensò l’uomo- sono in ritardo con la passeggiata e devo tornare prima che faccia buio.

Ma uno squillo di cellulare interruppe bruscamente i suoi pensieri, costringendolo a doversi frugare nelle tasche per afferrare il telefono. Lottando fra il cane che tirava perché intanto aveva scorto l’ingresso dei giardinetti e il guinzaglio che nel frattempo si era arrotolato attorno alle gambe, riuscì ad afferrare l’infernale aggeggio e nervosamente premette il pulsante.

-Ah sei tu… si sono fuori… rispose- ah ah … hm … hm…

Seguì un breve silenzio e poi solo un secco:  va bene. E terminò bruscamente la conversazione.

Con passo più spedito fece dietrofront, trascinandosi dietro il cane riluttante,  e si diresse di nuovo verso l’edicola che aveva da poco sorpassato.

-Ha cambiato idea signor …- non dette all’edicolante nemmeno il tempo di finire la frase che chiese del quotidiano locale

- eccolo qui.. mi sembrava strano che ancora non era venuto a prenderlo—ma mentre l’edicolante stava parlando, l’uomo con il cane aveva già messo le due monetine sul vassoio e si era allontanato.

All’entrata dei giardinetti si sedette su di una panchina, mentre il cane riprendeva a tirare verso la sua tanto agognata libertà. Incurante del legno ancora bagnato e degli inutili guaiti del cane, l’uomo incominciò a sfogliare nervosamente le pagine del giornale. Verso la fine si fermò ed dopo aver letto saltellando qua e là fra i nomi e gli avvisi contornati da cornicette nere,  alla fine trovò quello che stava cercando.

-Che ipocrisia- pensò fra sé e sé, mentre con espressione imperturbabile, richiuse il giornale-Sono più di vent’anni che io e mia sorella ne avevamo perse le tracce, ed ora lei sembra così dispiaciuta. Bah.. ma io non mi presterò a questo gioco così falso. E poi che ci sarà tanto da piangere ora…

Ed intanto si era alzato. Dette l’ennesimo strattone al povero cane, distruggendogli così anche l’ultima speranza di poter almeno raggiungere la siepe di fronte, e riuscì dal parco. Ma mentre ripercorreva il tragitto appena compiuto, il suo passo divenne più leggero, le sue gambe sembravano toccare sempre di meno il marciapiede. Anche il semaforo, diventando verde al suo approssimarsi, sembrava partecipare a quelle sensazioni.

Incontrò nuovamente la signora con il grembiule che sistemava i tavolini all’esterno del suo locale e le disse:

-penso ora. di aver proprio bisogno di quel caffè. Signora Flora- Ed entrarono insieme.

-Eccolo servito- lei ricambiò con un sorriso, porgendogli la tazzina calda.

Possibile che era tutto finito? Continuava a pensare mentre girava il cucchiaino nella tazza.

Che tutti quegli anni di silenzi, di rabbia, di rancori, di paura di dover nuovamente affrontare quei ricordi spiacevoli, svanivano così, con quelle poche righe. Così all’improvviso, senza nessuna possibilità di replica.. Eppure ancora qualche piacevole ricordo di infanzia di suo padre, lontano e sbiadito, lo aveva conservato. Ma poi tutto era cambiato, quando quel senso di abbandono che aveva provato, gli era rimasto così impresso nella mente, da cancellare qualsiasi altra sensazione positiva.

Ed ora l’avrebbe dovuto pure compiangere, senza sapere nemmeno dove e come aveva trascorso tutti quegli anni?

Ancora incredulo, mentre sorseggiava il suo caffè, l’uomo diede un ulteriore occhiata alla pagina di giornale da dove risaltava incorniciato di nero il seguente annuncio: 

Il giorno 23 il sing. Armando Rossi è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari. Profondamente addolorati ne danno la notizia i figli e i parenti.

Non sapeva se esserne più sollevato o arrabbiato. Non sapeva se ridere o mettersi a piangere, ma una cosa sola sapeva. Era tutto finito, inevitabilmente e inesorabilmente finito. E mentre faceva questi pensieri, la cosa che più lo sorprendeva  era che tutto ciò gli dava finalmente una sensazione di libertà, una felice libertà e si scoprì persino di sorridere. Ormai  l’unica cosa che lo accomunava a quell’uomo erano solo le iniziali.

Uscì dal bar con quel dolce sapore di caffè in bocca, e scorse la sua immagine riflessa nelle vetrine dei negozi. Soffermò lo sguardo verso il cane, che lo seguiva a testa bassa e tese leggermente il guinzaglio per attirare la sua attenzione.

-ho proprio voglia di una frittata di verdure questa sera, che ne pensi Rudy?- ed entrarono insieme dall’ortolano. Poco dopo uscì con un pacchetto e si diresse verso casa. 

Ma sullo stipite del portone il cane si piantò con tutte le sue forze ed alzò la zampa per fare finalmente i suoi bisogni.

-va bè.. solo per questa volta, vero Rudy?

Poi l’uomo entrò nel portone e, come era sua abitudine, liberò il cane. In quel momento squillò nuovamente il telefonino.

-ancora.. ma che vuole d’altro?- pensò guardando il display dove lampeggiava il nome di Maria. Ma non lo vuole proprio capire che per me mio padre è già morto da tanti anni.

-si.. si .. l’ho letto. E allora?- rispose alla sorella, innervosito da quell’insistenza che minacciava quella sua sensazione di libertà.

-si.. si .. l’ho letto- ripeté con fastidio-Sto rientrando proprio ora a casa. Non seccare ora. Ti richiamerò io.

Rimise il telefonino in tasca e richiamò il cane.

Rudy… Rudy… nessuna risposta.. Rudyyyyy, e accompagnò il richiamo con un lungo fischio.

-Si è perso il cane? Chiese il portiere che intanto era comparso dalla guardiola con un cacciavite in mano- mi era parso di vedere qualcosa sfrecciare…  se vuole l’aiuto a cercarlo?

Alfredo rimase per qualche istante a fissare il gancio di metallo penzolante dall’estremità del suo guinzaglio. Poi, sotto gli occhi increduli del portiere, serenamente rispose: No.. no.. non c’è bisogno, ritornerà da solo,  o al massimo me ne faccio un altro, se ne avrò voglia. È più importante che lei vada ad aggiustare i citofoni.