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La macchinosa burocrazia per ottenere i fondi strutturali

quotidiano umanità

L'Umanità del 07/06/1997

Fondi strtuturali sempre più difficili da ottenere

I ritardi nell’utilizzo dei fondi strutturali europei  hanno coinvolto anche l’agricoltura e per colpa dell’organizzazione (o meglio dire disorganizzazione) delle amministrazioni pubbliche, il settore ha perso delle opportunità di sviluppo. Dalle tabelle fornite dal Ministero del Bilancio, risulta che solo per il Quadro Comunitario di Sostegno (la raccolta dei programmi già approvati dalla Commissione) a favore delle regioni dell’obiettivo 1 (il mezzogiorno) nel periodo 89/93 erano stati stanziati 3612 miliardi di lire così suddivisi: il 75% proveniva dalla spesa pubblica da parte del fondo per l’agricoltura, dello stato e delle regioni, il resto era capitale privato. Le erogazioni, cioè i pagamenti  che sono stati effettuati a favore dei soggetti attuatori delle iniziative (associazioni, comitati, ecc.) ammontavano alla fine del 1994 a 1687 miliardi, quindi lo scarto tra le due cifre è il saldo passivo che ancora deve essere speso e che si tenta di recuperare  entro il 96 con la proroga dei termini. In questo modo le istituzioni pubbliche , per l’agricoltura il Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali e gli enti pubblici satelliti come l’INEA, si trovano a gestire un ingente somma di denaro proveniente dal periodo 89/93 più l’attuale disponibilità di 8702 miliardi per il periodo 94/99. Questo sovrapporsi di compiti sta creando altri ritardi della messa in opera dei nuovi programmi: Infatti ancora non si è realizzato nessun progetto sovvenzionato dai nuovo fondi. La causa principale di tutti questi problemi che non colpiscono solo l’agricoltura, è l’inefficiente applicazione di uno dei principi base dei fondi strutturali  “l’addizionalità” da parte dei ministeri e delle regioni. Secondo questo principio i finanziamenti comunitari devono fare cumulo con le risorse statali e private, altrimenti la loro disponibilità rimane sulle tabelle e sui documenti, e questo ha fatto sì che l’Italia nel gli anni 91/94 ha presentato un saldo passivo di circa 13 mila miliardi rispetto ai contributi versati nelle casse comunitarie.

Ritornando ai finanziamenti comunitari per l’agricoltura, questi provengono principalmente dal Feoga (Fondo Europeo Orientamento e Garanzia Agricola) che devono cofinanziare programmi che riguardano la promozione di prodotti agricoli locali, la tutela del patrimonio rurale e lo sviluppo di un’ingegneria finanziaria con lo scopo di porre freno al fenomeno dell’urbanizzazione. Questi programmi si dividono in interventi multiregionali (gestiti dal Ministero stesso)  finalizzati a valorizzare la qualità dei prodotti e dei servizi di sviluppo, ed interventi regionali che soddisfano esigenze  più specifiche. Oltre a questi programmi che fanno parte dei QCS dell’ob.1 per le regioni in via di sviluppo, vi sono quelli indicati dai DOCUP (Documenti Unici di Programmazione) che coinvolgono anche altri settori strettamente collegati all’agricoltura come il turismo, la formazione e gli aiuti alle pmi. Le regioni interessate sono tutte quelle dell’ob.5b (sviluppo e adeguamento strutturale delle zone rurali) concentrate nel centro nord. In ultimo il Feoga partecipa all’iniziativa comunitaria Leader (progettazione di azioni innovative pilota per le zone rurali) e sovvenziona interventi indicati da alcuni regolamenti CEE.

Una relazione della Direzione Generale delle Politiche Comunitarie e Internazionali fornitaci dal Ministero specifica che per la buona riuscita di questi programmi è indispensabile una politica comune tra stato e regioni che permetta loro di operare all’unisono. Le regioni,a loro volta, dovrebbero essere costantemente sostenute da consulenze pubbliche o private poiché le loro istanze, dovendo essere presentate alla Comunità Europea, devono essere conformi con le leggi e i programmi comunitari.

Nella stessa relazione vengono approfonditi gli inceppi della gigantesca macchina burocratica dei fondi.

In primo luogo la complessità dell’istruttorie e la difficoltà di interpretazione delle indicazioni comunitarie rallentano il processo di apprendimento da parte delle regioni, che , però, si dimostrano incapaci di strategie di negoziazione, poiché spesso propongono misure non compatibili con i  termini comunitari, trovandosi quindi  in ritardo nelle loro revisioni. Inoltre la mancanza di un flusso di informazioni aggiornate tra il Ministero, le regioni e altri Ministeri finanziari (Bilancio e Tesoro) pregiudica inevitabilmente la tempestività dei rimedi e la riprogrammazione delle iniziative. In ultimo come abbiamo specificato prima, per il principio dell’addizionalità se le delibere del CIPE, che stanziano di volta in volta i finanziamenti statali, sono in ritardo, i fondi  comunitari non si possono utilizzare.

Il Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali, essendo coinvolto in prima linea con questi problemi, si sta muovendo per potenziare il suo rapporto con le regioni, organizzando gruppi tecnici di lavoro che dovrebbero risolvere i problemi specifici delle regioni stesse. Tali gruppi di lavoro o Task Force, però, sono ancora lontano dall’essere operativi poiché quando abbiamo chiesto delle informazioni più specifiche e differenziate sulle regioni e gli sviluppi dei loro programmi, ci hanno rimandato agli uffici regionali.

Con tutte queste difficoltà burocratiche, quanto dovrà aspettare ancora il singolo agricoltore per avere finanziato il suo progetto?

Rita Dietrich

 

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