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Nelle Catacombe di san Callisto

L'Osservatore Romano del 29-02-2000

 

Lo stupore dei bambini davanti alla testimonianza dei martiri

catacombe di san callistoEntrare dentro le catacombe è come fare un salto indietro ai primi secoli del Cristianesimo. A mano a mano che si scendono le scale, si abbandona la dimensione della religione come la conosciamo oggi e si entra in un mondo completamente diverso, che dimostra come nel corso della storia si sia evoluta la Chiesa. Il sostanziale divario tra gli esordi della religione cristiana, caratterizzati dalla necessità di professare la fede in luoghi angusti e la dimensione monumentale che ha poi acquistato nei millenni successivi, è la prima sensazione che prova il pellegrino che si reca a visitare le testimonianze storiche agli albori del Cristianesimo. Ed è proprio questa sensazione che hanno provato la maggior parte dei 130 bambini della scuola elementare Giovanni Cena di Cisterna di Latina, in visita alle Catacombe di san Callisto.

“ Oggi abbiamo portato tutte le quarti classi della scuola - spiega Laura una maestra di religione – e prima di fare questa visita giubilare delle Catacombe, oltre a ripassare le nozioni già studiate nel programma di storia, abbiamo mostrato delle diapositive ai bambini per prepararli alle insolite emozioni che avrebbero provato girando gli stretti cunicoli delle Catacombe. Ciononostante la prima reazione avuta dalla maggior parte dei bambini è stata di smarrimento, in seguito ha prevalso la curiosità e l’interesse per un luogo mai visto prima e i bambini si sono lasciati coinvolgere dall’atmosfera così singolare emanata da quelle gallerie. I bambini hanno così potuto avvertire il senso di sacralità e di spiritualità che alberga nelle Catacombe, e hanno compreso pienamente l’importanza di questi luoghi per la nostra fede”. Le reazioni più comuni raccontate direttamente dai bambini hanno dimostrato che il pellegrinaggio per loro, infatti, è un pellegrinaggio soprattutto emotivo composto da semplici sensazioni che solo le anime ancora pure possono avvertire. Questa loro esperienza diretta con il mondo dei primi cristiani ha poi conferito alle origini del cristianesimo una maggiore concretezza rispetto a quello che si può imparare dai libri. “Le domande che ci hanno rivolto – continua Laura – ci hanno fatto comprendere la loro capacità di poter ricostruire nell’immaginazione le origini della comunità della Chiesa, comunità di cui anche loro con il Battesimo fanno parte”. Tra le cose che hanno colpito di più questo gruppo di piccoli pellegrini sono stati gli spazi angusti nei quali i primi cristiani si rifugiavano per officiare le loro Messe. Le impressioni che hanno ricevuto i bambini, comunque, non riguardano solo i labirinti, ma anche altre testimonianze della realtà nella quale le prime comunità cristiane vivevano.

“La cosa che mi ha colpito di più – spiega Federica, una bambina di appena nove anni – sono state le numerose tombe dei bambini piccoli. Chissà quanti di loro saranno stati vittime insieme ai genitori delle persecuzioni dei pagani”. A Gian Matteo, un compagno di classe di Federica, quello che è rimasto più impresso è la singolarità dei simboli usati dai cristiani come segno di riconoscimento e come espressioni di fede. Questi simboli, che dal cristianesimo di oggi  sono stati tralasciati o vengono rappresentati in diversi modi, spesso avevano diversi significati, come l’ancora che raffigura contemporaneamente la Croce e la Salvezza. Oppure erano monogrammi intrecciati e acrostici  in modo che le parole non fossero facilmente leggibili e comprensibili, come per esempio la X e la P dell’alfabeto Greco che significava il nome di Cristo e il disegno del pesce. Gian Matteo, quindi è stato impressionato dall’esigenza che ebbero i primi cristiani di costruire una simbologia che da una parte potesse tenere unita la comunità, ma dall’altra non fosse riconoscibile dai persecutori.

Fabrizio, un altro compagno, è stato invece particolarmente colpito dal coraggio dei martiri.

“La statua di santa Cecilia, con il volto coperto, i segni della decapitazione sul collo e la posizione delle dita è stata per me la più significante. Quella è una testimonianza del terribile martirio che hanno subito i cristiani e del coraggio che hanno dimostrato continuando fino alla fine a credere in Gesù”. Infatti la posizione singolare delle dita di santa Cecilia,  che rispecchia esattamente come fu ritrovata la salma, rappresenta l’Unità e la Trinità di Dio.

Le Catacombe, quindi, sono la prova storica che la Chiesa nelle sue origini fu una chiesa di Martiri, e come testimonia Alessio di dieci anni, scendere nelle catacombe è come rivivere quei secoli di paura ma di solidarietà, di sacrificio ma anche di gioia e di speranza nella sopravvivenza e salvezza dell’anima dopo la morte.

Rita Dietrich

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